Torino, costringeva il figlio a recitare tutte le tabelline ogni mattina appena sveglio: a processo, patteggia

Le tabelline dovevano essere recitate a memoria ogni mattina, prima della tazza di latte. “È papà che mi segue – ha raccontato il bambino in tribunale – Mi fa andare su da lui e io devo dire quello che devo dire”. E cioé? “Vado su e gli dico le tabelline” . E sei bravo? “Io so tutta quella del 15, dall’1 fino al 12 le so tutte, e invece del 13 e 14 so solamente cinque numeri, praticamente 13- 26- 39- 52- 65” . Non sbagli mai? “Alcune volte sbaglio e papà mi picchia” .

Per Luca, otto anni, i numeri e le tabelline sono compagni di tutta la vita. Fin da quando ha cominciato la scuola il suo risveglio è stato seguito da questa specie di rituale. “È tre anni che lo faccio, che vado sopra da lui sono tre anni, praticamente ho iniziato a cinque”. Un bambino sveglio, a volte un po’ “birichino” dice lui stesso in audizione protetta davanti al giudice. “Alcune volte quando faccio il birichino papà mi picchia, mi dà degli scappellotti” . Luca lo racconta senza timori, se ne fa quasi un vanto, perché il fratello gemello dalle interrogazioni all’alba è esonerato: “Papà lo fa solo con me perché io sono più bravo”, dice.

Attenzione, dunque, genitori che avete creduto di poter rinnegare mezzo secolo di pedagogia progressista, magari perché conquistati dal vangelo della ” mamma tigre”: Amy Chua, con la sua autobiografia di inflessibile madre dai metodi estremi, qui in Italia non ha mai davvero sfondato. Questo papà dallo scappellotto facile ma, soprattutto, ossessionato dai numeri fino a infliggere a se stesso e al figlio la recita quotidiana delle moltiplicazioni, è finito sotto processo per maltrattamenti ed è stato allontanato dalla casa per sei mesi.

“Lo faccio per il futuro, i bambini devono crescere in fretta e bene, chiedo di recitare le tabelline al mattino presto perché poi io sono fuori casa tutto il giorno”, si è difeso il padre davanti al pm Giulia Marchetti. Alla fine di un procedimento durato mesi, durante i quali all’uomo è stata inflitta una misura di allontanamento da casa, i suoi avvocati, Giuseppe Fiore e Alberto Mittone, hanno convinto il giudice Alessandra Cecchelli ad affievolire le accuse nei confronti dell’indagato, un omone alto un metro e ottanta e vicino al quintale di peso, che avrebbe messo in fuga qualunque maschio adulto minacciando di menare le mani, figuriamoci un indifeso bambino di otto anni.

La tesi dei difensori è che all’origine dei suoi “metodi” ci fosse il desiderio educativo e non di mortificazione del figlio (il fratellino meno brillante non era oggetto delle sue attenzioni): il processo si è chiuso con il patteggiamento: 3 mesi per abuso dei mezzi di correzione. Resta confinato oltreoceano il ritorno alla disciplina ferrea che ha conquistato e fatto discutere l’America ormai quasi dieci anni fa con il best- seller della “mamma tigre” dove le feste dagli amici erano proibite per dare priorità allo studio e le giornate scandite da severe lezioni di piano e violino. Il tentativo di ribellione punito con il castigo: confinati in un angolo, fuori casa, anche nelle fredde giornate d’inverno.

 

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