Dopo 70 anni insieme muoiono a distanza di 4 ore: “Non potevano vivere l’uno senza l’altra”

Avevano 14 anni quando si videro per la prima volta. Lei piangeva perché alcuni ragazzi le avevano fatto volare dal finestrino del tram il cappellino che la mamma le aveva appena comprato a costo di sacrifici.

Lui, che aveva visto tutto, era sceso dal tram e aveva corso a perdifiato per recuperarlo, le era andato incontro per darglielo e asciugarle le lacrime. In quel momento si guardarono negli occhi per la prima volta.

Era il 1948 e in quello sguardo era già scritto tutto: che si sarebbero sposati quattro anni dopo, che avrebbero avuto una figlia e dei nipoti, che avrebbero vissuto 70 anni insieme senza separarsi un istante. E che l’ultimo respiro lo avrebbero esalato nello stesso giorno, lunedì scorso, a sole quattro ore di distanza l’uno dall’altra, partendo ancora una volta insieme per una nuova vita, laciandosi alle spalle la demenza senile che li aveva colpiti – ovviamente insieme – negli ultimi anni.

Dopo 70 anni insieme muoiono a distanza di 4 ore

«Mamma rimproverava sempre papà di essere un ritardatario – racconta la figlia Debbie – Quando lei è morta non glielo abbiamo detto, ma lui deve averlo “sentito” e non ha voluto farla aspettare: è volato via con lei».

A Hull, nell’East Yorkshire, in Gran Bretagna, Ken McKenzie, tassista e allenatore di pugilato, e sua moglie Audrey erano conosciuti come i “Posh and Becks” della loro epoca, con chiaro riferimento alla coppia Victoria Adams e David Beckham. «Erano genitori fantastici, non ricordo una sola volta che abbiamo litigato – racconta Debbie Callaghan, la loro unica figlia, che ha 58 anni – Mia madre era bellissima, era molto glamour.

La conoscevano tutti come l’estetista “painted lady” (una tipologia di farfalla dai bei colori): era l’unica persona che abbia mai conosciuto che poteva mettersi il rossetto senza guardarsi allo specchio e ottenere un risultato perfetto.

Papà era un vero uomo di famiglia: cucinava sempre il pranzo della domenica e gli piaceva stare tutti insieme a tavola. Ha fatto tanti lavori prima di mettere su la “Ken Cabs” e diventare il tassista dei pescatori della città. Ma aveva anche prestato servizio militare nella Raf e faceva l’allenatore di pugilato: la boxe era la sua passione più grande, dopo la famiglia, e aveva formato tanti pugili, molti dei quali sono diventati campioni.

Io ero figlia unica, ma mi sentivo come se avessi decine di fratelli, con tutti quei pugili che trattavano papà come se fosse il loro padre. So che mi mancherà tutto dei miei genitori, ma sono contenta che non debbano più soffrire come negli ultimi anni: la demenza è una malattia crudele e loro non la meritavano».

Debbie ha avuto tre figli: Andrew, che oggi ha 34 anni, e due gemelli, Daniel e Jamie, nati con gravi handicap. Daniel è morto a soli 18 anni, mentre Jamie è scomparso due anni fa, a una settimana dal suo trentesimo compleanno.

«Papà e mamma amavano enormemente i miei figli ed erano rimasti devastati per la morte dei gemelli – dice Debbie – Mia madre aveva anche rinunciato al suo lavoro per aiutarmi a prendermi cura di loro. La morte di Daniel segnò in maniera profonda mio padre: credo che quello sia stato l’inizio della sua discesa verso la malattia. Andrew, invece, è sposato con Karla e ha una figlia di 18 mesi, Beatrix. I miei genitori, quando hanno visto la piccola, non erano più molto lucidi e non capivano molto: ricordo solo che mio padre continuava a baciarla sulla fronte dicendo che era bella».

«Il giorno in cui mia madre è stata ricoverata in ospedale – racconta Debbie – ho fatto appena in tempo ad arrivare e vederla ancora viva: dopo cinque minuti è morta. È come se avesse voluto aspettarmi prima di andar via. Quando sono tornata alla casa di cura dove si trovava mio padre, mio marito Richard era con lui: non gli abbiamo detto nulla della mamma, ma era come se lui sapesse già tutto, come se avesse “sentito” che lei non c’era più. E, visto che lei si lamentava sempre dei suoi ritardi, è come se avesse deciso che non doveva farla aspettare: quattro ore dopo di lei è morto anche lui. Mi mancheranno infinitamente, eppure mi sento anche confortata dal fatto che sono andati via insieme: nessuno di loro due è rimasto solo. Nessuno di loro ha vissuto un giorno senza l’altro».

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