A 23 anni sviluppa un sistema per salvare gli oceani dalla plastica. E per fare soldi con la spazzatura

Era in vacanza in Grecia con la famiglia e un giro in barca gli ha cambiato la vita. Boyan Slat aveva 16 anni e dopo aver visto il mare sfigurato dai rifiuti, si è messo in testa di ripulire gli oceani dalla plastica, la più grave minaccia all’ecosistema marino che indirettamente mette in pericolo anche la nostra salute, l’economia e il turismo.

Come risolvere il problema? Con navi e reti si impiegherebbero migliaia di anni per eliminare gli oltre 5 mila miliardi di pezzi di plastica che soffocano i mari e così l’ambientalista olandese si è impegnato a trovare una soluzione efficace e molto più rapida.

A 23 anni sviluppa un sistema per salvare gli oceani dalla plastica. E per fare soldi con la spazzatura
Pare ci sia riuscito.

Se abbia ragione lo vedremo presto: il primo esperimento pilota della sua fondazione, la Ocean Cleanup, partirà probabilmente già alla fine dell’anno nella Great Pacific garbage patch, un’enorme isola di spazzatura, larga quanto il Texas, che invade l’oceano Pacifico con 150 milioni di tonnellate di plastica.

Rifiuti plastica in mare.
Rifiuti plastica in mare.

L’idea di Slat, che oggi ha 23 anni, e per inseguire il suo progetto ha abbandonato l’università, è tanto semplice quanto geniale. A raccogliere la plastica ci penserà l’oceano stesso.

 

Il suo sistema sfrutta, infatti, le correnti naturali ed è costituito da un braccio galleggiante di un chilometro, a forma di arco, da una barriera che si spinge a 4 metri sotto la superficie del mare, e da una particolare àncora di cento metri quadrati che serve a rallentare il movimento di tutto il macchinario, in modo che avanzi più lentamente delle correnti che trascinano la plastica. In questo modo i rifiuti finiscono direttamente nelle “braccia” del sistema, che li raccoglie in una zona ben delimitata, dove sarà facile estrarli e portarli sulla terra ferma.

Elaborazione al computer di come sarà il prototipo in mare.

«Dopo alcuni test nel Mare del Nord abbiamo sviluppato un prototipo completamente resistente alle condizioni estreme dell’oceano e siamo pronti per il primo programma pilota nel Pacifico, che comincerà alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo – spiega a Business Insider Joost Dubois, portavoce della Ocean Cleanup – Partiremo dalla California, a 200 miglia nautiche da San Francisco, osserveremo il sistema, lo miglioreremo se necessario, e cominceremo con la pulizia a metà 2018».

Il braccio galleggiante del prototipo

La rapidità è fondamentale. La plastica impiega molti anni per degradarsi ma in acqua si trasforma velocemente in microplastiche, piccole particelle di questo materiale che vengono ingerite dai pesci e che di conseguenza si trovano anche sulle nostre tavole. Proprio un recente studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B ha scoperto che i filamenti di plastica, macerati in mare, avrebbero per i pesci un aroma irresistibile e quindi sarebbero ingeriti grandi quantità.

«Possiamo ripulire il 50% della grande isola di plastica del Pacifico, tra le Hawaii e la California, in 5 anni. Una volta terminata quella, procederemo con le altre quattro presenti negli oceani», prevede Dubois.

La Ocean Cleanup è un’organizzazione non-profit che finora si è finanziata grazie al crowdfunding e alle donazioni generose di filantropi come Marc Benioff, Peter Thiel e la fondazione Julius Baer.

Ma conta, nei prossimi anni, di fare profitti (da impiegare nel progetto) proprio grazie alla plastica: «Immaginate di avere un pezzo di arredamento, lo schermo di un computer o il paraurti di un’auto realizzati con materiali che hanno galleggiato per anni nell’oceano – prosegue il portavoce – È quello che succederà, perché la plastica che ripeschiamo è sorprendentemente di buona qualità. Diverse compagnie hanno già espresso interesse nell’acquistare i rifiuti che raccoglieremo».

Intanto per fermare l’inquinamento dei nostri mari servirebbe anche la prevenzione. Slat ha una soluzione anche per questo: «Dobbiamo impedire alla plastica di arrivare in mare – ha auspicato – A giugno abbiamo pubblicato su Nature uno studio che dimostra come l’86% di questo materiale arrivi dall’Asia, in particolare da un numero relativamente piccolo di fiumi. Basterebbe quindi intervenire su quelle foci per risolvere in parte il problema».

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